MONEGROS DESERT FESTIVAL

9/09/2022 | Viaggi

MONEGROS DESERT FESTIVAL: UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE IN MEZZO AL DESERTO CHE MI HA RIMESSO AL MONDO.

30 luglio 2022: finalmente dopo tre lunghi anni di attesa, varco la soglia del Monegros desert festival. Avevo i biglietti già dalla fine del 2019, poi si sa, la pandemia ha lasciato in apnea troppe cose.

Con la consapevolezza degli after ibizenchi vissuti ormai più di dieci anni fa – correva l’anno 2008 – immagino come potrebbe essere l’esperienza, che tipo di musica ci sarà, che tipo di folclore umano potrò incontrare, quanto potrò divertirmi. Sono una tipa da transenna, amo la musica dal vivo e il mio animo rock mi ha spesso portata a follie musicali in giro per l’Europa.
Ogni tipo di aspettativa viene completamente superato dall’esperienza che quest’anno il festival ha saputo creare.
Undici palchi, scenografie mastodontiche di ogni forma e colore, una qualità sonora senza precedenti e musica per tutti i gusti sono solo alcuni dei tanti ingredienti che gli organizzatori hanno messo sul piatto.
Un vero e proprio “paese dei balocchi” del quale un commento speciale merita la location. In pieno deserto di Aragona, per la precisione a Fraga, a metà strada esatta tra Zaragoza e Barcelona. E chi sapeva che ci fosse un deserto anche in Spagna? Un luogo magico già per sua natura, una terra che ha visto per quasi una giornata intera piedi e corpi saltare e divertirsi senza pregiudizi, come un’unica anima.
Tanta è stata la terra che abbiamo ballato (le scarpe ne sono la prova) e respirato (in alcuni momenti ci siamo dovuti coprire il visto per riuscire a respirare bene). Anche l’escursione termica è stata compagna di festival, e non ci ha colto impreparati.

La gente del deserto monegrino è gente normale, o forse no? Un pubblico di età diverse, dai 18 ai 60 anni mi verrebbe da dire, provenienti da più di 85 paesi del mondo, riunita li solo con l’obiettivo di disfrutar della musica e della vita, a maggior ragione dopo la tanta attesa. Delle 55 Mila anime c’è chi si presenta in costume, chi mezzo nudo, chi in versione Borat, chi travestito da pagliaccio. Chi carico di droga, chi con frigor e ombrelloni, chi – come noi – con borracce da riempire di acqua e crema solare.

Nessun giudizio né pregiudizio, tutti uniti nella consapevolezza di star vivendo qualcosa di magico e unico che segnerà un prima e un dopo nelle loro vite. Un bellissimo modo di tornare in mezzo alle persone dopo anni di distanziamento che hanno inevitabilmente cambiato il nostro modo di interagire con il prossimo.

Abbiamo goduto di ogni ora del giorno: dal cocente mezzogiorno in fila per l’ingresso, al pomeridiano sole dei primi live, al tramonto dietro i palchi durante un sorprendente Busta Rhymes in transenna. Dal primo buio illuminato dal sorridente e provocatorio Paul Kalkbrenner (è nato un amore ufficialmente), al cielo stellato in piena notte durante le “pínchate” di Vitalic, fino alle prime luci dell’alba di Loco Dice e di un purtroppo poco convincente Richie Hawtin.

Birrette, red bull e qualche panino hanno ricaricato le pile del mio gruppo di monegrini, insuperabili compagni di viaggio della mia estate.
Abbiamo ballato per quasi 20 ore con pochi e brevi pit stop, trascinati dall’entusiasmo e dalla voglia di stare bene che spesso durante l’anno si trascura.

Tra i palchi meritano una nota senza dubbio un vecchio aereo adibito a “The Club” – il cui intorno sembrava il set di Lost; le forme e i colori de Elrow from Ibiza, la mastodontica struttura della Cattedrale, con tanto di spray umidificatori per ristorare i dancer accaldati.

L’organizzazione è stata piuttosto buona, i punti ristoro ben assortiti, i bagni purtroppo non al top (grande punto debole di ogni evento di grande portata), la comunicazione social pazzesca e molto coinvolgente, la qualità della musica indescrivibile, la nostra energia senza precedenti.

Vi racconto tutto questo perché credo che un festival sia una delle esperienze da vivere almeno una volta nella vita, e se vi capitasse il monegros senza dubbio non potrete rimanerne delusi.

È passato un mese esatto da quella serata, a scriverne mi rendo conto di quanta emozione abbia innescato e continui a farmi vivere.

E’ stato necessario in un periodo per me particolare: ha senza dubbio lasciato il segno.

A mente lucida posso dire che siamo stati fortunati, per molteplici ragioni, a maggior ragione alla luce di un episodio di cronaca successivo in un festival vicino Valencia – che ha visto un palco spazzato via da una tromba d’aria provocare un morto e parecchi feriti; e ancor di più guardando il documentario Netflix sul fallimentare Woodstock 99, organizzato al solo scopo di lucrare senza tenere conto dei bisogni delle persone (merita tantissimo vederlo, regia bella, ritmo incalzante, testimonianze di qualità).

Lunga vita ai festival, alla gente che ama la vita e alla musica, inseparabile “passaporta” -citazione per veri intenditori – della mia vita.

Vi lascio un po’ di foto perché possiate viverne lo spirito.

CATEGORIE
POST RECENTI